Benvenuta in Rojava

Conosco una ragazza di Napoli che ha scambiato il golfo dolce della sua città per il Kurdistan iracheno – proprio quando la guerra all’Isis era al culmine. L’ho sentita qualche giorno fa, dopo anni che non la chiamavo, e sul video del mio cellulare è comparso il suo bel volto stanco. Ha sorriso, e si stringeva a un giaccone curdo gigantesco rabbrividendo un po’: lì dov’era c’erano 10 gradi centigradi sotto zero; fuori dalla mia finestra, invece, un monastero settecentesco era bagnato di sole e vento caldo – ed il mio umore non era un granché.
«Indovina dove sono» mi ha detto.
«Non in Italia, ad occhio e croce.»
«No.»
Si è messa a sedere sul letto, e l’inquadratura ballonzolante del cellulare ha ripreso prima la punta del suo naso, deformata dall’obiettivo, un tetto imbiancato di calce, le sue pantofole sul pavimento ed infine una stufa nera e lucente, con una lunga canna fumaria che spariva nel soffitto dopo aver piegato di novanta gradi. Quindi è tornata sul suo volto: adesso era incorniciato dal cappuccio della felpa.
«La stufa oggi non funziona, e tra un’ora tolgono la luce elettrica. Quindi non possiamo parlare a lungo, perché devo approfittarne per lavarmi i denti», fa una smorfia buffa per mostrarmi la dentatura, avvicina la camera del cellulare: sembra allegra, non c’è che dire.
«Dove sono, eh? Devi indovinare prima che stacchino internet.»
«Stanno per staccarvi internet?»
«Staccano proprio l’energia elettrica. Dappertutto.»
«Completamente isolati.»
«Già. Isolati e al buio. Dove sono?»
«All’inferno?»
«No» dice, e sorride in maniera magnifica, facendo un piccolo balzo sul letto: «nel Rojava!».
Vi giuro: lo ha detto come se fosse stata Taormina. E si stringeva felice al giaccone per non congelare.
«Salvo, ti rendi conto?»
Io pensavo alla dolcezza di Napoli, a Castel dell’Ovo che s’impregna di sole e mare, ai gatti sonnolenti e ai vicoli pieni di odori; pensavo alla pizza fritta, alla pastiera, a lei che una volta mi ha fatto visitare piazza Plebiscito ed aveva negli occhi un solo pensiero: tornare alla guerra.
Gliel’ho detto come ho fatto spesso negli anni precedenti: «Tu ami stare lì, al freddo, in pericolo, facendo un lavoro massacrante. Non lo senti come un dovere. Come quando eri in Palestina e mi hai chiamato perché avevi paura degli spari e c’era l’intifada dei coltelli e ti veniva da piangere. Ricordi quante ore al telefono?»
Ma lei è felice di stare lì. Tra i colpi di pistola. Non a Roma tra i gabbiani e le colonne dei fori così silenziose a notte inoltrata, non a Napoli tra i vicoli densi di odori e musica, e neanche a Catania tra le pietre nere del mercato intrise di pesce e le urla armoniose dei venditori. Lei vuole proprio stare lì. Freddo, solitudine, un lavoro massacrante. Spesso pericoloso. Ecco dove portarla a prendere un gelato, se qualcuno vuole farla felice. Ma io non riesco a capire il perché.
«Lo so che non lo capisci. Non l’hai mai capito» dice.
«Eh. Ma adesso magari potrei riuscirci. Sto scrivendo questo libro, e mi sembra che abbia a che fare con te. Con le tue scelte.»
«Con me?»
«Con il motivo per cui ti ho sempre stimato.»
«E qual è?»
«Tu rispondi alla domanda: perché lì?»
«Io amo questo popolo» mi ha risposto.
Perché questo e non un altro? Gliel’ho chiesto parecchie volte, quell’anno, ed una volta ho rimediato uno schiaffo: ricordo ancora il gabbiano che avevamo spaventato con un botto, l’ultimo giorno che abbiamo passato a Roma. Era più grande della mia testa, ed ha preso a volteggiare su di noi per capire se avessimo una pistola da qualche parte. Non è facile far paura ad un gabbiano romano. Sono davvero grossi e per nulla timidi.
«Non funziona. Non può essere amore» dico.
«Ma lo saprò io, se può essere amore?»
«In Europa c’è tanta gente che ami. Allora perché sei li e non qui?»
Lei rimane un attimo in silenzio. Dev’essere molto stanca, o forse in questi anni è cambiata un po’: prima non era così facile farla stare in silenzio durante una discussione. Ad ogni modo, ne approfitto: «È la rabbia, che ti fa stare lì».
«Che c’entra la rabbia? Non ha alcun senso. Io amo questo popolo e voglio stare con loro.»
«Ma hai cominciato ad amarli perché sono torturati, divisi, maltrattati e sparpagliati da centinaia di anni. Come i palestinesi. Ami la Palestina per quello che subiscono.»
«Li amo, appunto.»
Mi chiedo quanto tempo ci rimanga prima che le stacchino l’energia elettrica e si renda conto che dovrà andare a letto con i denti sporchi per colpa mia.
«Ma li ami perché hanno subito un torto. Infatti quel che hai sempre fatto lì è aiutare. Il tuo lavoro è aiutarli. È la rabbia che vi ha uniti, non l’amore.»
«Ma adesso li amo.»
«Adesso sì. Ma è un amore generato dalla rabbia.»
Lei non sembra accorgersi di avere un lungo boccolo dorato che le penzola davanti al naso, poi lo infila dietro l’orecchio con un gesto pratico, apre la bocca per ribattere e la connessione svanisce. Mi viene un po’ da ridere immaginandola laggiù, seduta al buio: ma in qualche maniera ho avuto l’ultima parola. Benvenuta in Rojava, ecco.

(da Elogio della rabbia – il Saggiatore)

(La mia amica sta bene: è in una città sicura, abbastanza lontana dal fronte. Quando l’ho sentita al telefono aveva la voce triste; si sentiva – credo – una disertrice. E noi, allora, cosa saremmo?)

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