Un comune senso del disumano

Più ci inoltriamo in questi decenni, più è semplice rendersi conto di come l’umanità – la capacità di identificarsi nel prossimo e provare com-passione – non è affatto un tratto caratteristico dell’essere umano. Ci sono state altre epoche, anche più feroci di questa, in cui un comune senso del disumano ha portato alle guerre mondiali, alle pulizie etniche, alla reificazione del prossimo; eppure il ricordo che è rimasto di quei periodi è di un incomprensibile abbaglio collettivo, una sorta di strappo nel tessuto naturale della nostra specie – una psicosi di massa che ha privato l’uomo delle sue caratteristiche naturali, permettendogli di bruciare, stuprare, assassinare, torturare milioni di propri simili senza, per questo, perdere l’appetito e la voglia di frequentare un caffè serale.

Fino ad adesso, insomma, il nazista, l’assassino seriale, il razzista sono stati considerati dei mostri: deviazioni da una norma che spesso sconfinano nella malattia mentale. Non è questa, una delle caratteristiche degli psicotici? Essere incapaci di mettersi nei panni dell’altro, di soffrire o provare gioia per quel che succede al prossimo.

Adesso, però, la sensazione è che non esista alcuna norma innata, nessuna tendenza naturale alla compassione, che la mente sia una macchina straordinariamente flessibile e indifferente alle nozioni che vengono installate tra le sue sinapsi: che l’umanità, insomma, non sia affatto una radice da cui alcuni individui possono – patologicamente – essere strappati, ma semplicemente una cultura come un’altra, e come qualsiasi altra straordinariamente semplice da confondere e cancellare.

È come se attraversassimo un periodo storico caratterizzato da una disumanità nuova, che si differenzia da quella coltivata nella propaganda fascista e nazista: in questa è ancora più marcata la sensazione che tutto sia stato programmato con cura, grazie a strumenti informatici che per la prima volta sembrano connettersi alla nostra mente in maniera straordinariamente simbiotica. Mai come in questi anni, insomma, si ha la percezione di una programmazione di massa: la disumanità, questo codice culturale egoista e feroce, viene installata attraverso gli infiniti schermi del nostro quotidiano, da interfacce create proprio per renderci fanatici, per indebolire il pensiero critico ed impedirci di appassionarci alle vicende del prossimo.

Mai come ora, l’essere umano ha svelato la sua natura di terminale informatico e il concetto di programmazione sconfina e si confonde con quello di educazione: con il giusto algoritmo, l’uomo può essere piegato ad accettare qualsiasi cosa.

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