Di polemiche, politica e altre canzonette – Parte II

L’abbiamo già detto, a noi italiani le novità non ci vanno proprio giù. E il televoto di Sanremo l’ha ben dimostrato, vero? Ah, che invenzione meravigliosa il televoto! Uno strumento di democrazia diretta, un po’ come la piattaforma Rousseau, solo che per il televoto basta pagare, per entrare nel blog di Grillo invece devi essere selezionato (immagino in base ai demeriti scolastici, visto la qualità media dei documenti che vengono ivi prodotti). Tanto che anche Di Maio ha cavalcato immediatamente l’onda, dicendo che non è ammissibile che un gruppetto di fighettini classisti decida di ribaltare la volontà popolare. Io personalmente ancora mi chiedo chi abbia deciso che un partito che alle ultime elezioni ha preso meno di un sesto delle preferenze debba fare il buono e il cattivo tempo sulla mia pelle, ma va be’, non tutto in democrazia può essere spiegato, no? Invece la proposta dell’onestissimo ministro del lavoro è quello di abolire del tutto la giuria tecnica, proprio secondo i principi fondanti del partito ups, movimento che rappresenta. E cioè che la tecnica non serve a nulla e che ognuno deve essere libero di decidere in totale autonomia… dal sapere.

Che è un’utopia bellissima, ma ci pensate? Entro in un McDonald ma nel giro dei 5 metri che mi separano dall’ingresso alla cassa per prendere l’ordinazione mi sovviene quella voglia di sushi insopprimibile. Allora chiedo un sushi al McDonald, e quelli del McDonald, siccome siamo nell’era di Wikipedia e delle video-ricette su YouTube, mi accontentano pure: si arrangiano come possono, magari tra un bestemmione e l’altro, levano la panatura al Filet-o-Fish, sbriciolano uno di quei cosi di cartone in mezzo ai quali ci infilano la lattuga della settimana prima e l’hamburger con sola carne italiana arrivata dalla Bolivia, assemblano tutto e io ho il mio bel sushi, magari pure ancora mezzo surgelato. Ma soprattutto siamo tutti contenti perché la democrazia diretta ha vinto.

C’è questa idea di fondo che il popolo debba decidere per sé perché ognuno sa cos’è meglio per se stesso. Io però ho studiato linguistica, non ho la più pallida idea di cosa sia meglio per sto maledetto mal di gola che mi trascino da una settimana. È vero, il mio medico fa parte del popolo. Tutto il sapere di una nazione è generato dagli abitanti di quella nazione. Non tutto il sapere però è distribuito tra tutti gli abitanti. Se così fosse dovrei essere contemporaneamente medico, cuoco, idraulico, astrofisico, programmatore, sarto e parlare fluentemente almeno una trentina di lingue (diciamo quelle comunitarie). Ora non mi risulta che esista nessuno che abbia queste caratteristiche, e allora perché dovrebbe essere una buona idea permettere a tutti di decidere su tutto? Sinceramente io non farei votare una commissione popolare formata da un magazziniere diplomato ragioniere, un docente di lettere e un esperto di sicurezza aeroportuale la cura migliore per la mia faringite. Che poi, proprio perché la commissione medica che dovrebbe curarmi non capisce un fico secco di medicina, è anche abbastanza facile si lascino influenzare dal primo che passa che dice che per la faringite la soluzione migliore siano delle gocce di acqua distillata in una boccetta con un fiore stampato sopra e quattro Ave Maria prima di andare a dormire, in fondo loro che ne capiscono? Se gliel’ha detto il prete dev’essere così di sicuro. E in culo alla libera scelta. Ti fanno dire quello che vogliono e sei pure felice di avere scelto liberamente di dire quello che vogliono; al paesello questa cosa la chiamiamo con un termine tecnico ben preciso: «essere cornuti e mazziati». La verità è che la democrazia assoluta è una stronzata: la libertà di scelta consapevole è possibile solo quando si ha consapevolezza di ciò su cui si sceglie, l’idea che chi non abbia alcuna contezza di una materia possa sindacare su quella materia, è semplicemente immotivata.

Che tra l’altro poi è venuto fuori che su YouTube e su Spotify la canzone di Mahmood ha totalizzato molti più ascolti delle canzoni preferite al televoto, Ultimo e Bertè. Quindi le cose sono due: o chi ha televotato è comunque una minoranza rispetto al pubblico totale di chi ascolta musica in Italia, e comunque una minoranza non rappresentativa (e comunque meno rappresentativa della giuria tecnica tanto criticata); oppure l’effetto Sanremo ha effettivamente influito sui numeri, nel qual caso però mi chiederei se il gusto degli italiani è davvero così facilmente influenzabile. Magari siamo dei pecoroni e non ce ne siamo mai accorti, chissà.

 

Mentre sulla Rai si consumavano gli psicodrammi sul televoto, comunque, in un’altra landa desolata e oscura della televisione, una tempesta ben più oscura stava montando. Striscia la notizia, infatti, ha confezionato una serie di articoli (più di uno, che se anche uno solo fosse stato sarebbe comunque stato due più del necessario) su Achille Lauro. Già, perché Achille Lauro, ahinoi, tatuato sulla faccia, pare che ricordi il già sopraccitato e già dimenticato genio della trap in modi che esulano dalla mera somiglianza estetica (per i tatuaggi sulla faccia, no?) Un’attenta e scrupolosa analisi del testo della canzone di Achille – di quelle analisi rigorose alle quali anche altre trasmissioni della rete berlusconiana ci hanno abituato, per esempio Le Iene, o Mistero – infatti, ha portato in luce il passato biografico dell’artista, ovvero un passato da drogato, e soprattutto un passato da spacciatore. Che pare che non sia del tutto passato; a una più attenta osservazione, infatti, il testo di “Rolls Royce” non sarebbe altro che uno spot promozionale per una non troppo nota marca di metanfetamine. Ma gli inviati di Striscia, paladini della giustizia sociale come ormai non ce ne sono più, non si sono limitati a mettere in luce il sottotesto di una canzone “pericolosa”, con sprezzo del pericolo sono addirittura andati dallo stesso Lauro, con tanto di tapiro d’oro, per estorcere la verità dalle sue labbra ed esporlo per il criminale meschino e spietato che davvero è.

Un simile accanimento nei suoi confronti si può spiegare solo in virtù dell’avversione culturale che abbiamo nei confronti delle sostanze ricreative. Ammettiamo solo per un secondo che Achille Lauro – potrebbe essere qualsiasi altro nome, facciamo Mario Rossi – in passato abbia realmente fatto uso di sostanze stupefacenti. Una persona che fa uso di droghe deve essere una persona cattiva a prescindere, giusto? Feccia, spazzatura sociale, un indesiderabile. A prescindere dalle motivazioni che possono spingere qualcuno a fare uso di droghe, leggere o pesanti che siano – diciamo che esse vengano assunte volontariamente e solo per divertimento – se una persona fa uso di droghe è una brutta persona. E ma cari miei, così mi cadete in contraddizione. Litighiamo tanto per avere la libertà di scegliere quello che ci pare ma non ci va bene che qualcuno decida di assumere delle sostanze pienamente consapevole che abbiano un effetto deleterio sul fisico? FINTANTO CHE NON ARRECHINO DANNO A QUALCUN ALTRO, ma mi spiegate che fastidio vi danno i “drogati”? Ah no, aspetta, forse ho capito! Non è che vi interessa scegliere liberamente, quello che vi preme è scegliere liberamente per qualcun altro, vero? Democrazia ma col culo degli altri, è così che funziona, ho capito bene? Tipo quando decidete di non vaccinare una bambina che non ha voce in capitolo sulla propria salute, o quando decidete democraticamente che una donna non può abortire perché non spetta a lei di decidere per il proprio corpo. Certo, ora è tutto più chiaro.

Tutta questa operazione, ad ogni modo, è, per usare un eufemismo politically correct, bullismo mediatico. In mediaset si è deciso che c’era bisogno di uno scandalo per tenere alti gli ascolti del loro programma di punta per quella fascia oraria e, dal momento che su tutte le polemiche intorno a Sanremo si era capitalizzato già da settimane, e che ancora nessuno si era scagliato contro i cantanti in gara, bisognava rimediare. Achille Lauro ha avuto la disgraziata colpa di essere, tra tutti i concorrenti in gara, quello più facilmente aggredibile. E aggredito è stato. Aggredito. Perché in un Paese civile non è tollerabile che si possa fare pubblico ludibrio di una persona, qualsiasi sia la sua colpa, come è stato fatto con Achille Lauro; è bullismo, e della specie più abietta. Se mi fate gli articoli sulla lotta al cyberbullismo, e poi mi mandate in onda questo genere di “servizi” per fare spettacolo, bene che vada siete degli ipocriti cinici e privi di qualunque etica che mettono il tornaconto economico davanti alla vita delle persone. Che tristezza però poi quando una Tiziana Cantone si toglie la vita…

Ma il problema qua non è di Mediaset. Il problema è che se una rete televisiva sente l’esigenza di produrre un determinato contenuto per fare cassa, è perché sa benissimo che quel genere di contenuto è un contenuto che verrà venduto e che genererà una grande quantità di introiti. Significa che a noi telespettatori italiani ci piace proprio assai assai vedere le persone che si massacrano tra loro, non è così? Che quasi quasi mi viene il dubbio, per citare quell’altra zecca comunistissima di Crozza, che siamo noi a essere degli stronzi.

Sia chiaro che il problema non è solo con Mediaset o con un certo modo di fare televisione purtroppo. Ce l’ha detto anche il Volo. In sala stampa qualche giornalista si è sentito autorizzato dalla sua posizione, sempre per usare degli eufemismi buonisti, a usare un linguaggio che di certo non si addice alla sua professionalità. È che c’è proprio questa credenza diffusa, e mi rifiuto di credere che sia un tratto culturale, perché sarebbe veramente troppo deprimente, per cui l’arroganza sia un valore aggiunto, tipo che se ti senti un cazzo e mezzo allora vali un po’ più di un cazzo. Ecco, certo non è compito mio, per carità, ma questo piccolo segreto ve lo voglio svelare lo stesso: l’arroganza non è autorevolezza; e nemmeno autorità s’è per quello. Se ti comporti da bulletto con qualcuno per gonfiare il tuo ego, non sei importante, sei qualcuno tanto insicuro da avere bisogno di confermare il proprio valore: non esattamente il bigliettino da visita migliore se vuoi farti vedere come “qualcuno”.

 

Con questo finisco, che già ho scritto l’equivalente di un capitolo di un saggio, e comunque più di quanto abbia scritto per la mia tesi di laurea. E non mi cimento nemmeno a commentare la presunta affiliazione di Virginia Raffaele con le forze dell’occulto che ha portato a una solerte proposta ministeriale di corsi di aggiornamento per docenti (immagino da parte della stessa persona che ha avviato un’interrogazione parlamentare su come fosse possibile che in alcune scuole si insegnasse ai ragazzi la stregoneria leggendo Harry Potter). Credo che l’evento si commenti da solo. Così come non mi soffermerò sulla necessità di dovere obbligatoriamente iscrivere Mahmood nelle liste delle favoloseh (per quella cosa che ogni tanto dimentichiamo e che si chiama riservatezza, per la serie che saranno anche… cazzi suoi – ridete, era una battuta squallida).

Alla fine di tutto il papello, la cosa veramente importante è solo una: Mahmood è un bonazzo (a proposito, se sei davvero gay, qua c’è una favolosah che sbava per te).

 

Questo post prosegue “Di polemiche, politica e altre canzonette” pubblicato il 19 febbraio. Leggi qui la prima parte

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