Di polemiche, politica e altre canzonette – Parte I

Sì, quest’anno è capitato che Sanremo l’abbia seguito anch’io. L’unico altro Sanremo che ricordo di avere seguito mi pare fosse il primo Sanremo di Fazio, al mio primo anno di università, ma più perché mi sta simpatico l’umorismo della Litizzetto; e di fatto di quel Sanremo ricordo solo alcune proposte dei giovani (mi manca Ilaria Porceddu, qualcuno sa che fine ha fatto? Se sì, contattatemi). E, ovviamente, insieme a Sanremo ho seguito anche alcune polemiche che quest’anno hanno raggiunto vette surreali. Però, come tutte le polemiche sterili, quelle proprio inutili costruite sul vuoto cosmico, quelle che piacciono tantissimo a noi italiani, al punto che ne abbiamo fatto uno sport nazionale, anche le polemiche di Sanremo possono dirci cose interessanti.

Tanto per cominciare, o per essere più precisi da prima di cominciare, si è fatto di tutto per rendere il festival una questione politica. Per esempio con tutto il trambusto generato intorno al direttore artistico. Quando si è capito che era potenzialmente in grado di esprimere un’opinione che potesse discostarsi di qualche centimetro dall’ideale fascista dell’attuale governo e che, per esempio, avrebbe potuto dire in diretta televisiva che i genocidi sono una cosa brutta e andrebbero evitati quando si può, una parte (minoritaria, almeno ancora per un po’, ricordiamocelo) della maggioranza ha fatto di tutto per screditarlo (interrogazioni parlamentari incluse). Poi però si è pensato che magari, a festival ancora da iniziare, si stava esagerando un poco e che forse non tutto il pubblico avrebbe apprezzato un simile accanimento, ed ecco allora le rassicurazioni che Baglioni sarebbe di certo stato invitato come direttore artistico anche l’anno successivo e in vacca tutti i conflitti di interesse che erano spuntati fuori dal nulla a poche settimane dal lancio in onda.

Che il festival abbia avuto un travaglio sofferto è palese, e infatti tutte e cinque le serate sono un tripudio di problemi tecnici da fuochi d’artificio proprio. E, ammettiamolo, anche il livello generale dell’intrattenimento, mettendo per un attimo da parte le canzoni in gara, era francamente penoso. Di questo, però, non mi pare ne abbia parlato nessuno. Curioso, pensavo si trattasse proprio di un programma di intrattenimento… Sul lato “intrattenimento”, invece, tutti che gridano allo sberleffo di Salvini e dei suoi lacchè, tutti che gridano alla resurrezione del socialismo. Sono perplesso. Il massimo momento di comunismo che ho visto è stato il duo formato da Pio e Amedeo che rinfacciavano a Mina il fatto che non pagasse le tasse in Italia. Se questa me la chiamate critica politica, mi sentirei di avanzare umilmente l’ipotesi che stiamo messi male assai.

Ma a Baglioni devo dare atto di una cosa: gli era stato chiesto di offrire la maggior varietà possibile e di rappresentare la totalità del panorama musicale italiano, e in effetti devo riconoscere che di varietà di generi ce n’era e c’erano artisti veramente giovani (anche solo giovani dentro, mi sta bene, è lo spirito che conta in arte) e in gamba. Soprattutto ho avuto l’impressione che – sempre con il massimo impegno, perché è la priorità assoluta, di non far storcere il naso ai fan di lungo corso che seguono il festival dalla sua prima iterazione – ci fosse almeno l’intento di dare un’apparenza di svecchiata e di contatto con la nuova generazione (quella generazione che, insomma, può fare social marketing gratuito ma non si ritrova sulla scheda nemmeno i 50 centesimi del televoto).

Certo, poi la cosa si è tradotta in un numero di competitori che era una mostruosa infinità. Non riuscirei a ricordarli tutti nemmeno se mi drogassi di Acutil per via endovenosa. Da casa però ho avuto come l’impressione che all’Ariston esistesse una sola canzone, quella della Bertè. O per lo meno quelle alla Bertè sono le uniche ovazioni in piedi che mi pare di ricordare. E via giù di fischi e polemiche quando è saltato fuori che è arrivata quarta e non entrata nemmeno in pole position. Che poi vorrei anche capire perché tanto cancan. Ok la grinta, mi sta bene l’energia, la carica, l’impeto, lo Sturm und Drang, questa è Sparta, il sesso la droga e il Rock’n’Roll e tutto, ma onestamente parlando, ma che canzone era? E vi concedo anche, visto che pare che l’età media del pubblico in sala fosse di Buongiornissimo Kaffeeeeeee anni, il culto per la cantante, in fondo se lo merita, ma ancora non giustifico tanta caciara per quella che, proprio in virtù della carriera artistica della Bertè, era una canzonetta da quattro soldi e strillata male per giunta. Se dovessi darmi una spiegazione a tanta venerazione, direi che siamo un popolo di nostalgici e in realtà le novità ci fanno schifo. Anzi, onestamente schifo, vero? (vi prego, ditemi che avete colto la frecciatina).

E poi è successo che ha vinto Mahmood e apriti cielo. Ha vinto un nero (caffellatte per l’esattezza, nero ovviamente per parte di madre che è sarda). Affronto. Tutti giù a gridare al complotto, alla vittoria organizzata per fare un dispetto ai leghisti, tutto concertato perché Baglioni è comunista. E anche stavolta mi spingerei a proporre, sempre umilmente, che se veramente qualcuno pensa che un ministro possa farsi indispettire dalla vittoria di un cantante a Sanremo, quanto meno pecca di ingenuità. Che in realtà è la prima cosa che ho postato anch’io scherzosamente, che ne sarebbe stato contento Salvini che aveva vinto un negro, eh, non fraintendetemi; e infatti, scorrendo la mia bacheca due post più sotto c’era già il tempestivissimo articolo di giornale che annunciava che Salvini faceva il tifo per Ultimo. Però voglio che sia molto chiara questa cosa: che Salvini twitti che non gli piace Mahmood, non fa della vittoria di Mahmood una vittoria politica; il tweet di Salvini dimostra solo che Salvini è ligio nel suo mestiere – che se pensate che sia quello di ministro allora, e stavolta lo affermo senza alcuna umiltà, non avete capito un cazzo. Il lavoro di Salvini è quello di generare consenso intorno a sé, perché il ventunesimo secolo, con il superpotere di internet, è diventato quel posto dei sogni dove basta farsi volere bene per fare soldi, anche senza sudare. Che Mahmood sia nero, bianco, giallo o celeste a Salvini (e ai suoi compari, che non è che gli altri siano anime pie o sia io che me la sto prendendo con lui perché sono radical chic) non gliene potrebbe fregare di meno – come d’altronde non gliene poteva fregare di meno se gli invasori della Diciotti fossero turchesi, arancioni, ciclamino o grigio scuro come Patti Pravo pardon, come i predator. Quello che interessa a Salvini è che se su Twitter c’è un tag in tendenza, in un modo o nell’altro, in cima alla lista dei messaggi deve farci arrivare quello con la sua firma, e siccome poi il suo tweet deve essere condiviso, scrive quello che prevede verrà condiviso di più. E in questo finora non solo si è dimostrato bravo, ma probabilmente il migliore in Italia. Tanto è vero che il giornale a cui ho visto riportare il tweet di Salvini è un giornale che è apertamente schierato contro il governo giallo-verde.

Il meccanismo in realtà è abbastanza semplice (spoiler: è lo stesso ragionamento che ho appena fatto sui tweet del capitano). Sono un giornale online. Non posso farmi pagare direttamente, devo trovare il modo di sopravvivere con gli sponsor. Per sopravvivere con gli sponsor devo fare in modo che i miei articoli vengano visualizzati insieme alla pubblicità, quindi qualcuno li deve aprire. Per essere sicuro che il maggior numero di persone apra i miei articoli, scrivo articoli su argomenti di tendenza. E chi è SEMPRE di tendenza? Proprio lui! Ne possiamo anche parlare male, l’importante è che parliamo di lui. E intanto il suo nome si moltiplica e prolifera e gli algoritmi di internet fanno il resto.

Ad ogni modo su una cosa sono d’accordo. La vittoria di Sanremo è stata una vittoria politica. È una vittoria politica perché tutto è politica. Ogni volta che decidiamo di fare qualcosa invece di un’altra sulla base di una nostra ideologia, stiamo facendo politica, anche solo scegliendo in quale supermercato fare la spesa. La vittoria di Mahmood poi è stata particolarmente politicizzata da tutti (lo ripeto, me compreso). Prima si è detto che era un simbolo di integrazione, dell’Italia che sa accogliere. Quando è venuto fuori che non è stato accolto da nessuna parte, invece si è trasformato nell’opposto. E adesso seguitemi con attenzione in questo passaggio perché è di una sottigliezza sorprendente. «Mahmood non è da integrare, è italiano, è suo padre che è egiziano [leggi “mussulmano”, con sette esse] e ANZI lui nella canzone prende le distanze da lui». Capito che salto acrobatico degno del Circo di Montecarlo? Siamo riusciti, nel giro di niente, a trasformare una canzone che parla di una situazione familiare scassata in un inno al purismo ariano. Perché il dato che ci interessa non è che nella sua canzone Mahmood parli di un padre di merda, ma che parli di un uomo che è un padre di merda in quanto musulmano (gli italiani invece tutti brava gente, non c’è bisogno di dirlo). Non mi pare di aver letto da nessuna parte, invece, commenti sul fatto che il sound di Mahmood sia qualcosa che, personalmente almeno, finora in Italia non avevo sentito da nessuna parte ancora, ed è questo che dovrebbe essere il vero manifesto politico della sua vittoria.

Anzi no, qualcosa avevo letto. Era una critica sul fatto che Mahmood fosse stato accostato al genere trap. Si criticava sul fatto che il genere trap, per definizione, deve essere un genere che parla di droga e di mignotte, di periferie, di gente che è gravemente allergica alla grammatica e del degrado più assoluto. Che deve essere outsider (quanto va di moda ‘sta parola ultimamente?) perché è sovversiva. E, a dire di chi ha scritto quel post, né Mahmood, né Achille Lauro (nonostante la vaga somiglianza col più canonico Young Signorino) sono abbastanza outsider per essere considerati trap. Ora io vorrei dire una cosa. È giustissimo e sacrosanto che un genere musicale debba essere fuori da ogni ragionamento accademico, è così che sono nate le avanguardie e probabilmente tra qualche anno Sfera Ebbasta lo si studierà in musica (spero di no, anche se devo ammettere che per me Mmh Ha Ha Ha merita già un’installazione al MOMA). E il fatto che questo genere abbia un seguito così folto dimostra solo che in Italia, soprattutto tra i più giovani, c’è un’emergenza e che, in assenza di altri strumenti, a questa emergenza si debba sopperire con l’ostentazione. Ma non tutti i ragazzi di periferia possono sentirsi rappresentati da quel genere di musica, io non mi sento rappresentato da quel genere di musica, e non mi sento connivente della tradizione, conservatore reazionario solo perché, sinceramente parlando, stuprare una troia mentre pippo cocaina non potrebbe allettarmi meno di così. E Invece no, Mahmood e Achille Lauro sono il prodotto della domesticazione di un movimento fuori controllo. Vorrei dire una cosa: io vivo in centro storico; il centro storico di un paesino di meno di diecimila abitanti, nella provincia meno vivibile d’Italia, in Sicilia, che è un po’ come dire in Libia, posto ora. Non vivo in un camper, è vero, ma nemmeno ricordo di aver mai fatto un tuffo nelle monetine d’oro à la De Paperoni, tutt’altro. Credo di poter dire con cognizione di provenire da un contesto abbastanza periferico. Però a me, quella trap, quella periferia, non mi rappresenta. A me, ragazzo di 24 anni, senza lavoro, senza soldi, che studio solo perché non ho le competenze per andare a fare il muratore, che sono incazzato con me stesso e col mondo perché non ho la più pallida idea di come vivere una vita funzionale, a me non c’è proprio nulla che mi rappresenti musicalmente in Italia. E infatti ascolto solo musica straniera. Solo da un paio di anni a questa parte in Italia stanno iniziando a spuntare qua e là degli artisti nei quali mi posso riconoscere. Ad esempio i Måneskin, che siccome non ho capito un cazzo nemmeno di come essere un maschio, la loro estetica mi rappresenta; oppure nutro infinita speranza in Anastasio, che proprio per questo Sanremo ha scritto un pezzo che secondo me dovrebbero ascoltare tutti gli opinionisti dell’universo prima di sparare a salve su cosa non va nella mia generazione. E poi c’è Mahmood. Se la trap deve essere la musica di periferia, allora la musica di Mahmood, tra quella che ho ascoltato a Sanremo, è quella che mi rappresenta di più. Mahmood fa la trap che rappresenta la mia di periferia.

 

Fine prima parte. Leggi qui la seconda parte.

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