Abbraccio

«Ho paura mamma, ho paura di non svegliarmi». La vedo fragile e indifesa cercare conforto tra le mie braccia come una bimba bramosa del seno materno. La stringo a me, le accarezzo i lunghi capelli e ne respiro il profumo di figlia ormai donna, alla ricerca dell’ultimo tassello per sentirsi completa.

«Ho paura, ma voglio farlo; devo, non posso fuggire dalla mia realtà». La sua realtà da sempre la mia, il suo coraggio la mia forza. La sua determinazione ora la mia rabbia. Per troppo tempo ho represso i miei sentimenti fingendo a un mondo che non merita lacrime sconosciute all’ipocrisia e all’indifferenza.

«Mamma, dimmi che mi sveglierò». Il mio abbraccio diventa il metro del mio amore e delle mie paure, baluardo di sentimenti troppo intimi e vulnerabili per varcare i confini dei nostri corpi. Lentamente percepisco il suo respiro più tranquillo e regolare e vengo rapita dal vortice di ricordi di emozioni contrastanti.

Un lungo viaggio in un mondo sconosciuto, distante dalla frenetica e impersonale quotidianità occidentale, un salto nel buio della morte foriera di una nuova vita. Era consapevole che solo la morte poteva salvarla, donandole tutto ciò che aveva sempre desiderato. La vita, quel meraviglioso dono, quell’imperscrutabile mistero che un’intelligenza superiore, o semplicemente il fato, gestiscono secondo il proprio volere, non era stata in grado di offrirle ciò che la morte avrebbe potuto adesso restituirle.

Era in quel mondo lontano, così diverso dal nostro, che lei, giovane donna, aveva deciso di voler immolare quella inutile e scomoda parte di sé che quell’intelligenza superiore o il fato, certamente distratti, le avevano assegnato. Offrendosi come un agnello sacrificale su un freddo e duro lettino, avrebbe decretato la fine del raccapricciante e ingiustificato divertimento di quel volere superiore. Pioveva quel giorno; gocce calde che evaporavano ancor prima di toccare il suolo si confondevano con il calore delle mie lacrime di mamma confusa e spaventata.

Mariella Fanfarillo

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