La forza degli Scrittori

Una delle poche gioie dello studiare lingue, in mezzo a un mare di frustrazione e impulsi autolesionisti, è quello di fare letteratura, cosa che dovrebbe all’incirca corrispondere a: entrare in contatto con altri scrittori. Che poi in realtà in un corso di letteratura non si legge praticamente mai letteratura; nella migliore delle ipotesi ci si limita a ingozzarsi di nozioni biografiche e critica spicciola costruita su titoli di opere che non esistono fuori dalle citazioni dei manuali. Ma può anche capitare che ti impunti e qualcosa decidi di leggerla di strafottenza. E scoprire che la lingua non è solo uno strumento tecnico, un set di significati racchiusi in parole predefinite e un set di istruzioni grammaticali per combinarle insieme, ma è una casa da arredare coi propri colori, i propri incensi profumati, i motivi delle tende, i tappeti, le magliette appese alla parete al posto dei quadri, gli adesivi sul frigorifero, con la propria anima insomma.

Ogni volta che leggo qualcosa di importante non posso fare a meno di chiedermi cos’hanno di diverso gli scrittori, perché le loro parole, per usare quelle Seamus Heaney, sono vanghe che ci scavano dentro, come fanno a entrare in risonanza con le nostre emozioni, le nostre ansie, con la bocca dello stomaco che si richiude ai minimi sussulti dell’atmosfera? Come fanno delle persone che non mi hanno mai conosciuto, che spesso non hanno mai nemmeno vissuto nel mio stesso contesto storico, non hanno mai respirato la società che mi ospita, la cultura che mi plasma, a spiegare me stesso meglio di me che mi abito?

Ora, sia chiaro, non voglio, con questo, dare a capire che io sia uno scrittore – ché se la definizione di scrittore è quella di “colui che scrive”, io, per pigrizia e ansia da prestazione, scrivo decisamente troppo poco per poterci rientrare – per cui non mi azzardo a dire che penso di capirli. Diciamo che la mia è una spiegazione personale che mi do per quadrare i conti, un po’ come si faceva al tempo dei miti e delle leggende, quando non si capivano le origini del tuono ma sapere che avesse un’origine era fondamentale per non soccombere alla vastità del loro suono. Un mito che mi sono creato, peraltro, sicuramente viziato dalla mia totale inettitudine alla vita, una forma di incapacità tale che mi impedisce di concepire che possano esistere anche persone più adatte alla vita di quanto possa mai sperare di esserlo io.

L’idea che mi sono fatto degli scrittori, di quelli che mi piacciono, quelli che entrano in risonanza con me perlomeno, è che gli scrittori sono un po’ come quel personaggio troppo timido dei film che si rintana a casa e guarda dalla finestra il tempo scorrere senza di loro. Quei personaggi per cui la vita è troppo vasta nel suo diramarsi virtualmente infinito di possibilità e avvenimenti intrecciati inestricabilmente tra loro e che non riescono a farsi una vita propria perché la vita proprio non riescono a capirla. E allora se ne chiamano fuori, smettono di provare a vivere la propria vita e iniziano a osservare quella degli altri. Si mettono a fianco a loro, li studiano, li analizzano, ne sono totalmente affascinati. Cercano di capire, insomma. Ecco, secondo me lo scrittore è l’esacerbazione dell’archetipo dell’osservatore che non vive nella vita ma accanto a essa. Una persona così legata e innamorata della vita che per capirla fino in fondo, nella sua intensità, la crea nei suoi personaggi per vivere a fianco a loro.

Quando andavo allo scientifico, oltre a mettermi di fianco, un po’ da parte rispetto al resto della classe, un po’ a fianco, tra il disperato tentativo di capire Maxwell e il profano tentativo di emulare Pirandello, uno dei personaggi che mi ha segnato di più è stato Galileo. Ma non per il metodo scientifico, le osservazioni astronomiche o lo scontro con la Chiesa: per le trasformazioni. Le trasformazioni di Galileo sono delle formule matematiche che consentono di calcolare la velocità relativa di due sistemi in movimento reciproco. Cioè, detta più edibilmente, le trasformazioni di Galileo spiegano come io, quando viaggio sull’autobus, sono fermo rispetto al sedile, ma in movimento rispetto alla strada. Le trasformazioni di Galileo mi sono rimaste impresse proprio per via degli autobus. Quando, dopo una sveglia alle sei e sei ore di lezione belle fitte, finalmente potevo tornare a casa, mi buttavo sull’autobus ed entravo in una sorta di stato di coscienza alterato dal sonno che mi avrebbe portato ad avere una testa penzolante nel giro di pochi minuti. Quando salivo sul bus alla stazione mi capitava spesso di vedere il bus parcheggiato di fianco al nostro muoversi e di trovarmi a chiedermi, intontito dal sonno, se fosse il nostro autobus a essersi finalmente messo in moto, o se toccava a qualcun altro la fortuna di sapersi presto a casa. Le trasformazioni di Galileo furono una rivelazione, perché spiegavano proprio questa cosa. Uno dei corollari di questa formula, infatti, era che non c’era modo, per un osservatore interno a un sistema in moto, di stabilire se fosse il proprio sistema a muoversi rispetto all’ambiente, o se fosse l’ambiente in movimento. Insomma, se non fosse per il buon senso, non ci sarebbe modo di stabilire, una volta salito su una nave, se sia la nave a muoversi o il mare sotto di essa.

La cosa bella delle trasformazioni di Galileo, come di moltissime altre leggi della fisica, è che si possono applicare in maniera straordinariamente coerente anche alle persone. La vita, per esempio, non può essere studiata dall’interno senza una certa approssimazione. Ma osservarla dall’esterno… quella è tutta un’altra faccenda. Forse è proprio in questo che riescono i grandi scrittori: nell’osservare la vita da fuori. Nel capirla interamente, almeno in alcuni suoi aspetti, all’interno di un sistema, in rapporto alle regole, alle storture, alle depravazioni di quel sistema, nell’irriducibile resistenza al venire soppressi dal tutto, all’essere schiacciati dall’immensità del mondo.

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