Se Porto è bella, Lisbona rende sgomenti

Quando attraversi il centro di Lisbona per la prima volta, in una giornata senza nuvole, con quel cielo incredibilmente ampio che credo esista soltanto qui, dimentichi persino la volgarità del turismo di massa. E ne sono particolarmente grato, perché anch’io faccio parte di quel grumo di invasori con il naso in su e lo sguardo stupefatto che scattano foto ad ogni passo: ho la sensazione che questa città magnifica e solida riesca ad ignorarci come fanno gli alligatori con i parassiti che gli ripuliscono i denti, e la cosa allevia i miei sensi di colpa. Ad ogni modo, cerco di passare per portoghese: non ho strani cappellini chiari, né bermuda o sandali portati indossando i calzini. Ho la pelle scura e sono mediterraneo anch’io, in fondo. Poi vedo che distesa esplosione è l’Oceano e mi rendo conto di quanto sia madornale il mio errore. Il Mediterraneo non c’entra nulla. E la mia non è soltanto una carenza in geografia.

Non basta aver visto Porto il giorno prima. Credo che nulla possa preparare alla bellezza di Lisbona: sono talmente complesse le sue stradine, improvvise ed ampie le sue vedute, così prepotente la luce ed il cielo, che questa città sembra interminabile. È contemporaneamente intricata e vasta, labirintica e rivelata; piena di luce fin dentro i vicoli più stretti, ed è un chiarore che sembra privo di ombre, lucido e netto come un’affermazione incontrovertibile: così è.
E questa cosa che è, è la città: immensa, solida e manifesta.

Ho sentito il bisogno di fermare un portoghese, per dirgli quanto fosse stupefacente la sua capitale. Ho trovato una vecchietta, seduta tra i vicoli di Alfama, che aveva passato l’esistenza immersa in quell’azulejo vivente. Mi sorrideva, ed ho pensato di poter essere impudente, le ho descritto la mia ammirazione, ho scoperto che parlava un po’ d’italiano: ha riso, socchiudendo gli occhi, mi ha dato un paio di pacche sulla spalla. Come se avesse riconosciuto i sintomi di una malattia comune, e tutto sommato innocua.

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