Le parole da non dire

In un momento storico in cui pare che la genetica umana sia messa in dubbio da fatiscenti uomini politici, in questa Italietta che si indigna per “Ferragnez” e non per un funerale fascista, ho la netta sensazione che la cautela nell’uso di certe parole sia diventata una medaglia al valore.

Giustamente, se Giggetto mi dice che esistiamo solo per un legame tra due atomi di idrogeno e uno di ossigeno per il 90% del mio essere, qualche difficoltà cognitiva la devo pur manifestare. Evidentemente, tra mancati vaccini e ridotti a spugne di mare, il restante 10% che sopravvive in noi ha la stessa veemenza di Diego Fusaro sotto pesanti dosi di LSD mentre ha TurboAllucinazioniCapitalistiche.

Spero in cuor mio che qualcuno abbia conservato ancora la capacità di chiamare le cose col proprio nome, in un immaginario universo dove l’arbitrarietà del segno linguistico non esiste e il significante e il significato coincidono esattamente con la realtà dei fatti.

Facciamo un paio di esempi: se sei un poliziotto e uccidi a botte chiunque ti capiti a tiro non sei un custode dell’ordine e della patria: sei un assassino. Se insulti un omosessuale per strada non è per una diversa concezione della vita: sei un omofobo. Se pensi anche solo lontanamente che ci siano dei BigJim che ti fottono il lavoro e che vivono con 35 euro al giorno dentro un albergo di lusso, non sei italiano prima di tutto e tutti: sei un fascista. E anche stronzo.(N.B. Questo ultimo aggettivo è da aggiungere anche gli esempi precedenti).

Se poi in te vivono tutte queste definizioni e le usi a tuo vantaggio con cattiveria logica e strategica, speculando sulla vita degli altri con invettive scritte da foruncolosi laureati sottopagati, non solo sei chiaramente una discarica umana fatta per il 90% di melma verde, ma da pochi mesi sei anche un ministro della Repubblica Italiana.

Ma quello della paura non è il solo argomento che mi spinge a dire delle cose più o meno ovvie. Abbiamo preferito anche dimenticare volontariamente altre parole, le più belle e le più importanti, le più utili.

Se anche solo lontanamente, in certi ambienti virtuali in cui ci si smanetta a vicenda sfoggiando il miglior verso endecasillabo solo per dire “Stamattina ho defecato, grazie”, io proferissi timidamente la parola “intellettuale” (ormai sostituita dai sinonimi radical chic e buonista), il mondo degli amici smanettoni mi centrifugherebbe fuori dal fulcro delle cose importanti, delle conoscenze giuste. Se poi a “intellettuale” aggiungessi di “sinistra” il cielo si richiuderebbe gradualmente su di me nero, con la minaccia di una giustizia divina-democristiana a cui ancora qualcuno si riserva di credere in momenti importanti e delicati, mentre ci si rintana dietro scrittoi in mogano facendosi il segno della croce. Ecco, anche in questo caso, non siete “moderati al centro” siete un po’, come dire, “stronzi a destra”, oltre che irresponsabili.

Se nella peggiore delle ipotesi io parlassi di “cultura” o addirittura di “scrittura” e volessi, infine, sporgermi al di fuori della galassia che abitiamo, basterebbe ammettere di credere ancora fortemente nel potere di una comunità che usa le parole per dare forma al mondo, una rete umana che sa ancora credere nella conoscenza e nel confronto. Nell’indice delle parole proibite RESISTENZA incute un certo timore. Soprattutto se devi pure perdere tempo a pensarla in latino.

E pensare che potremmo essere fatti per il 90% di memoria e invece usiamo solo il 10% delle parole che scriviamo per combattere.

 

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